Il Cielo sopra Cortina

Cortina Trail 2016. Cercavo certezze da questa gara, che lo scorso anno aveva dato il  “La” alla mia pessima estate di gare mettendomi davanti per la prima volta al dubbio che il mio terreno ideale fosse il noioso e piatto asfalto delle maratone.

Ma il cielo sopra Cortina è stato sereno tutta la settimana precedente e come l’anno scorso, invece che andare sul mare col pattino, siamo saliti in Cadore con tutta la famiglia e, complice un tempo splendido e la grinta dei miei figli (la più grande ha 7 anni), ci siamo girati gran parte del percorso a gustarsi alcuni dei panorami più belli del mondo e a fantasticare di correre Sua Maestà la Lavaredo Ultra Trail quando finivamo proprio sul percorso balisato di fresco.

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Sabato 25 giugno ore 8.00 mi ritrovo in start line con Mina e Mario, che mi hanno fatto conoscere la corsa un anno e mezzo fa ma, soprattutto, con il Franz, amico di una vita e compagno inseparabile di corsa in montagna (dove per inseparabile si intende che arriviamo in macchina assieme e di solito mi aspetta per rincasare, soprattutto se le chiavi della macchina ce le ho io).

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Tortugas Azules Folgoranti pronte (più o meno) ad una partenza rabbiosa

Si parte, L’Estasi dell’oro di Ennio Morricone riempie il centro di Cortina D’Ampezzo, un paio di chilometri d’asfalto e si inizia a salire sul Col Drusciè. Passaggio al Lago Ghedina, saluto trote e papere con le quali abbiamo fraternizzato qualche giorno prima, complice un panino con la soppressa con loro condiviso, e si va su in mezzo al bosco.

Prima Certezza: in salita sono lento da fare schifo e in quelle così dure sono, citando Shakespeare, un camion pien de giara.

Franz morde il freno e lo svincolo da impegni morali ed amicali: “Se ne hai vai, se ne ho ti prendo in discesa”. So di mentire ma, citando Forrest Gump, “Mamma ha detto che è una bugia che non fa male a nessuno”. 

Mi tornerà molto in mente Forrest Gump, durante la giornata; ad esempio in discesa incontro Carlito dei Summano Cobras con la nuova divisa della squadra che fa molto reduci del Vietnam; chiacchiero con lui qualche minuto, se la prende comoda che ha un ginocchio un po’ così. Ciao Carlito.

Passo Posporcora, mi fa ridere perché non riesco a pronunciarlo senza sbrodolarmi e realizzo ora che è proprio qui che i fratelli della LUT girano a destra per andare ad aggiungere quella settantina di km  (cosa volete che siano). Noi a sinistra, a infilare la Val Travenanzes. C’è tanta acqua qui, non me ne ricordavo così tanta, che scende dappertutto. Al punto che ogni tanto c’è colonna che manco alla barriera di Mestre in un week end d’Agosto.

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Mi ricordavo però che era bella. Madò che meraviglia!

Lo scorso anno ero già lesso qui, quest’anno no, vado su bello fresco, non mi supera nessuno. Ad un certo punto c’è da guadare il torrente. Da lontano pare che ci siano le lavandaie che fanno il bucato accucciate sull’acqua ma sono solo i miei compagni di viaggio che si tolgono scarpe e calzini.

“Mi stanco ebbasta!” sentenzio, e mi ci tuffo a piedi pari. Mi vedesse Pietro con tutto quello che l’ho sgridato in settimana perché finiva sempre dentro a tutti i ruscelli che trovavamo.

Seconda certezza: mai fidarsi della memoria!

Perché ero abbastanza sicuro che la salita finisse a Malga Travenanzes, invece no, c’è da andare su ancora tanto. C’è scritto anche sull’altimetria stampata sul pettorale, che è falsa e tendenziosa e lo scorso anno mi ha fregato, per cui non l’ho guardata mai. Però in questo caso se ci davo un’occhiatina era meglio.

Mi butto in discesa, lo scorso anno qui non riuscivo nemmeno a correrci, oggi vooooolooooo!!!

Rifugio Col Gallina, i fans di Mario e Mina mi accolgono urlando quando sono ancora lontano. Lo scorso anno sono stati fondamentali per incitarmi a continuare, quest’anno sono come nuovo e mi fermo a fare le consuete 4 ciacole. Ne approfitto per rincuorare Luca, che si è ritirato dalla LUT dopo 70 km, dicendogli che può comunque mangiare di gusto che qualche caloria l’ha comunque buttata giù. A proposito di calorie, mi distinguo al ristoro con due belle fette di salame da due etti l’una, un pezzo di crostata al cioccolato, tre quadrattini di cioccolato fondente, una coca da mezzo e rutto libero.

Attacco l’Averau. Una bella e gentile signora che sta facendo la LUT mi chiede quando cacchio finisca questa discesa che sull’altimetria non si capisce (lo dicevo io) ed ha un ginocchio che le smette di fare male solo in salita. “Tra poco, tranquilla. E comunque, porca pupazza, stai correndo da più di novanta chilometri e sei già qui pur con un ginocchio malandato?”

” Ho corso tutta la notte, ti pare che mi fermo ora?” mi dice con un sorriso che mi incanta.

Inizia la salita e mi saluta (ovviamente mi semina). Peccato, era proprio carina. Ne approfitto per fermarmi un secondo perché decido che portarsi all’arrivo due calzini asciutti nello zaino è una cazzata. Lo diceva anche il Tenente Dan: “Ricordate di cambiarvi i calzini ogni volta che ci fermiamo”. Ed in effetti è come rinascere.

Salgo bello agile (l’importante è crederci) e raggiungo due ragazzi penso lombardi. Uno di loro mi chiede se conosco le cime lì attorno. “Qualcosina si, quelle, ad esempio, sono le Cinque Torri”

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Il suo amico è un po’ in crisi e mi pare decisamente meno interessato: “Ma ti pensi che questo è il mio addio al celibato? Ma chi può avere degli amici così fuori da fare un addio al celibato del genere?”

“Ma di cosa di lamenti? – gli dico – che poi, quando sarai sposato e avrai figli, dovrai fare dei tetris terrificanti con orari ed impegni, per riuscire ad incastrare giornate come queste.”

La mia sentenza viene accolta con un’ovazione dall’amico del futuro sposo e pure lui si ripiglia un pochino, infatti mi superano e ciao.

“Tutta discesa e poi c’è il ristoro” dichiara un eccessivamente ottimista addetto alle bevande in cima al rifugio Averau. Ma io mi ricordo la sua faccia e mi ricordo che mi ha già fregato anche l’anno scorso. Quindi scendo forte fino a dove c’è da scendere e poi prendo con filosofia le salite, corte ma infingarde, sui sassi del Nuvolau.

Passo Giau, panino con il salame, riempio le borracce, grana padano non mi avrai (sigh!).

C’è da salire Porcella Forcella Giau. Fa più paura a vederla da sotto che altro, mi dico, o forse la fatica nelle salite è come il dolore del parto, che, dicevano le nonne, l’è on mal dismentegòn.

Qui c’è il resto della compa dell’addio al celibato e scopro che il futuro sposo è tornato dietro di me. Scampanano e urlano di gusto. “Non c’è dolore sui vostri occhi, la fatica non vi avrà”. Mi fanno sorridere e la cima arriva anche più facile di come me la ricordavo.

Nel taglio che porta da lì all’ultima salita che ci aspetta, mentre sto cercando invano di chiamare mia moglie, sento un flebile “Schiusa” di una che mi vuole superare.

Questa voce la conosco, mi dico. Dunque: gonnellino azzurro, maglia arancione, gambe magre, muscolose ed abbronzate… vuoi vedere che…

“Rory, what are you doing here?!”

È Rory Bosio, favorita della vigilia per la LUT, in condizioni normali dovrebbe essere già arrivata, lavata e tornata in California. “I’m sick”.

Cento metri più avanti trovo anche Mike Foote, top runner americano, pure lui accreditato tra i favoriti della gara regina. “I’m injured” mi dice.

Dico ad entrambi, in un inglese che è più stentato del mio passo oramai stanco, che trovo sia da campioni veri portare a casa a tutti i costi una gara così, nonostante il dolore. Annuiscono, probabilmente gli sto rompendo le balle e allora mi taccio.

Nella prima parte della discesa della Croda da Lago scivolo per la prima volta ma non cado, c’è Mike Foote in persona che mi ha afferrato per lo zaino. “This evening I will tell to my children that I was saved by Mike Foote”

Lui ride e pianta uno scatto impressionante in discesa, dovevo fare il motivatore, dovevo. “Raccoglie” Rory, che a bordo sentiero stava facendo pupù per l’ennesima volta (giuro che non le ho guardato il culo, che sono un signore, io) e tanti saluti anche ai top runners ammeregani.

Terza Certezza: Due top runners, malati e con il triplo dei km nelle gambe vanno comunque più forte di me.

La discesa è lunga e noiosa e devo dare atto al Fat che senza crampi alle gambe non è tremenda, anche se ci sono pezzi dove non sai dove mettere i piedi (io ho provato a seguire la scia dei due campioni ma tra un po’ mi ammazzavo, mentre loro sembravano volare).

A Mortisa le solite signore che offrono da bere in un ristoro “abusivo”, il più gradito di tutti. Testa sotto la doccia messa lì apposta e via. Sono inspiegabilmente mezz’ora abbondante oltre il tempo dello scorso anno ma sto bene e quasi mi dispiace arrivare. Sai che faccio? Mi cammino anche l’ultima discesa. No no, dai, che c’è gente che incita.

All’inizio di Corso Italia ci sono Franz ed i suoi figli: “Tuto ben, vecio?”

“Benissimo, ho tre figli ed una nipote che mia aspettano per la parata finale”

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Quarta certezza: sono peggiorato decisamente e non me ne frega nulla perché mi sono divertito di più. E alla fine mi tocca dare ragione a mio fratello, teorico del Personal Worse, che dice che è meglio peggiorare sempre un pochino ma finire sempre un pelino più contenti. Che alla fine stiamo invecchiando e noi Folgoranti sappiamo bene che è un regalo prezioso, da averne cura. Ce lo ricorda una N marchiata sulla maglia e dentro al cuore, che ancora mi fa scendere una lacrima quando ci penso.

Ma non voglio finire in modo nostalgico, anche questo post merita di chiudersi con la stessa gioia provata sabato: Cortina fatti da parte, tra un mese ci andiamo a bere la Trans D’Havet.

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Folgoranti puzzolenti e supporters molto pazienti dopo l’arrivo

Quinta certezza: Non correrò mai la LUT. Non quest’anno, almeno

Ah, e nel frattempo siamo partiti con una bella iniziativa che spiega tante cose Cliccate, leggete e donate

2 pensieri su “Il Cielo sopra Cortina

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